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La Cava

I Picconieri della Cava

La Grotta del Drago

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La Cava

 

     Scordia  sorge  in  prossimità  della  Cava. I suoi edifici più antichi (l’ex Convento dei Frati Riformati, la casa Cancellieri, la chiesa del Purgatorio, il palazzo Branciforte, la chiesa madre di S. Rocco), situati lungo le attuali piazza San Francesco, piazza Carlo Alberto, via Guglielmino e piazza Umberto I, sorgono a ridosso o, addirittura, a strapiombo  sul  margine  ovest  di  questa  gola  lunga  e  profonda, che a  sud,  oltre  al  ponte su cui corre la strada provinciale Scordia-Catania (u tri-pponti i Puddicinu), si  apre  nella  ridente  piana  di  Lentini  e  a nord,  oltre  il  ponte  attraversato  dalla   provinciale  Scordia-Palagonia (u ponti da Scalazza),  prosegue  costeggiando  il  Cimitero  nuovo, quindi la località Grotta del Drago, fino a giungere a Urgu tintu, in contrada Salto di Primavera.

   Il nome Cava nella zona degli Iblei è comune alle valli incise nella roccia calcarea dai corsi d’acqua a carattere torrentizio.

   Qui fin dai tempi più antichi l’uomo ha trovato le condizioni favorevoli ad un suo insediamento, e vi ha scavato, prima, caverne nella roccia, quindi, in epoca più vicina a noi, ne ha ricavato abbondante materiale da costruzione.

   Nella Cava di Scordia sono ancora visibili i resti delle antiche grotte e delle cave di tufo (pirreri), ormai abbandonate, dalle quali si estraevano i blocchi (piezzi) per la costruzione delle case.

   Qui, in corrispondenza della Silva (a sirba) annessa al Convento dei Frati Riformati, una sorgente d’acqua alimentava il torrente Cava (u çiumi), in un’ansa naturale che in periodo invernale, quannu calava a china, addolciva le forti correnti delle acque che scendevano da Urgu tintu. Inoltre il Principe Branciforte, fondatore del paese, vi aveva fatto pervenire, tramite un’ingegnosa condotta idrica che approvvigionava anche il suo palazzo, l’acqua proveniente dalla contrada Scannaiudio, che nella Cava in tempi ancora vicini a noi sboccava da due doccioni per l’uso domestico degli abitanti di Scordia. Il servizio idrico era completato da un abbeveratoio riservato agli animali.

   La presenza dell’acqua nella Cava ha «orientato» lo sviluppo urbanistico del nostro paese, i cui quartieri più antichi, Forche e Convento, si affacciano su di essa.

   Chi visitasse oggi questa zona, vedendola invasa dai rifiuti solidi e liquidi, non potrebbe neanche lontanamente immaginare che essa un tempo era un luogo d’importanza vitale per il paese, un luogo animato dall’alba al tramonto dalla presenza di uomini, donne e bambini.

   Oggi l’unica via d’accesso alla Cava è costituita dal prolungamento di via Branciforte, che, dopo aver lasciato il Palazzo Municipale, a sinistra, e palazzo De Cristofaro, a destra, immette nella Cava proseguendo sotto il ponte su cui passa via Guglielmino. Anticamente questa era l’unica via percorribile dagli uomini, che, al ritorno dal lavoro (o prima di andarvi), a cavallo dei loro animali da soma bardati in modo da potere trasportare ai loro fianchi dei capienti contenitori (quartari), andavano a fare rifornimento d’acqua per l’uso domestico, non trascurando, nel frattempo, di far bere gli stessi animali nell’abbeveratoio.

   Un tempo ve n’era un’altra, oggi sbarrata dall’abusivismo privato e dai rifiuti solidi che ormai la ricoprono per intero. Essa si apriva sull’attuale via Guglielmino in direzione dell’angolo nord-est del palazzo Branciforte e scendeva snodandosi con una serie di tornanti scanditi da frequenti gradini nel suo selciato impreziosito dalle figure geometriche formate dai ciottoli, fino a ricongiungersi con la prima. Essendo più breve, e troppo scoscesa  per  gli  animali  da soma, essa solitamente era percorsa, in un costante andirivieni che durava tutto il giorno, dalle donne del paese, che a gruppi, in compagnia dei loro figli più grandicelli, si recavano alla Cava con fardelli di panni sporchi e con la loro brava quartara vuota ritta in un inimitabile equilibrio sulla testa protetta da un rudimentale cercine; per tornare a casa con la loro biancheria pulita e con la quartara piena d’acqua, arrancando su per i tornanti, che la fatica al fiume e il precario equilibrio dei recipienti rendevano lunghi e stremanti.

   Le donne di Scordia che si recavano alla Cava rendevano vivo quel luogo con il loro continuo sciabordio di panni tuffati in acqua dopo energiche strizzate e rapide insaponature su lavatoi di fortuna (petri e bbalati), con il loro vocio, con il loro canto, con le loro liti. Sì, le liti alla Cava erano frequenti, erano anzi una costante della vita che vi svolgeva. In quanto obbligato e frequentato punto di incontro, il fiume favoriva animate chiarificazioni di controversie precedenti e, più spesso, ne causava altre. Di solito era il numero limitato dei lavatoi a determinare questioni di primogenitura, di privilegi, di precedenza tra le donne, mentre i loro piccoli ne approfittavano per addestrarsi alla caccia dei ranocchi che poi, con la crudeltà propria dei bambini, gonfiavano soffiando dentro steli d’erba sapientemente applicati ai loro ani, in ambiente incontaminato, selvaggio, ma anche familiare nei colori e negli odori della vegetazione tipica della macchia mediterranea.

   Certo, non era sacrificio di poco conto dover attendere, magari dopo un’infruttuosa levataccia alle primissime luci dell’alba, il proprio turno dietro una petra che tardava a liberarsi, mentre il pensiero dei bimbi ancora in fasce lasciati incustoditi addormentati nelle loro nache rendeva ancora più ansiosa l’attesa. Soprattutto se i lavatoi erano occupati da lavandaie (lavannièri) intende a lavare la copiosa biancheria che le famiglie più ricche del paese affidavano loro. In questo caso la povera donna ritardataria poteva risolvere più presto il suo problema aiutando la lavandaia nel suo lavoro o barattandone la pietra con quello che la sua povertà poteva offrire.

   E allora eccola subito immergere le gambe nelle acque del torrente e cercare di recuperare il tempo perduto mettendo nel proprio lavoro tutta l’energia che poteva raccogliere; eccola insaponare, sciacquare, strizzare e stendere al sole con mirabile rapidità di movimenti la propria biancheria; eccola raccoglierla con grande maestria; eccola, infine, fare rifornimento d’acqua potabile e dirigersi veloce verso casa, dove altri non meno gravosi impegni l’attendono.

   Con le prime ombre della sera la Cava rimaneva deserta. Anzi, no: si popolava di tutte quelle creature fantastiche a cui la superstizione popolare sapeva dare vita. E ancora oggi c’è chi ricorda che alla Cava c’erano cosi tristi che ne prendevano possesso con il calare delle tenebre. Tra tutti primeggiava, spauracchio dei bambini, u mircantieddu ccâ cuppulidda rrussa, una sorta di piccolissimo elfo bizzarro e capriccioso, custode di fantastici tesori incantati che nessuno riusciva ad espugnare.

(da: N. Gambera, La Vita Stentata, ed. Nadir, Scordia 1988)

 

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