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I Picconieri della Cava

 

   La Cava di Scordia è un naturale laboratorio di ricerca in grado di fornire numerose ed esaustive informazioni a chi volesse intraprendere una indagine sui fattori fisici, economici e antropici che interagiscono nella formazione della identità culturale di una comunità.

   Il termine “cava” è comune nell’area degli Iblei, e indica quelle valli naturali che l’impetuosa corrente dei corsi d’acqua a regime torrentizio ha scavato nel corso dei secoli nella roccia di natura calcarea.

   Queste valli hanno ospitato i primi insediamenti umani, resi possibili dalla presenza dell’acqua e dalla facilità con cui si poteva incidere il tufo per ricavarne grotte per l’abitazione.

   La Cava propriamente detta di Scordia costeggia ad est l’attuale centro abitato ed è delimitata a sud dal ponte su cui corre la strada provinciale che porta a Catania, il ponte di contrada Pollicino (u tri-ppònti i Puddicinu) che immette nella fertile piana di Lentini, ricca di agrumeti, a nord dal ponte su cui passa la provinciale per Palagonia, il ponte di contrada Scalazza (u ponti dâ Scalazza).

   Oltre questo ponte la valle continua, ripiegando gradualmente verso nord-ovest, delimitando il Cimitero Nuovo, raggiungendo il villaggio trogloditico della Grotta del Drago e proseguendo verso la località Urgu Tintu, in contrada Salto di Primavera, a sua volta sormontata dalla contrada Montagna che dall’alto guarda da ovest tutto lo snodarsi della valle dal ponte della Scalazza in poi.

   Nella Cava propriamente detta, anche se non adeguatamente valorizzate, rimangono ancora vive e parlanti testimonianza della civiltà che dal neolitico fino ad oggi si sono succedute nel territorio di Scordia. L’abbondanza dei fossili, poi, consente interessanti excursus nel campo della geologia.

   Un fascino particolare al suo interno esercita sul visitatore la zona delle pirreri, cioè delle cave di tufo che hanno fornito il materiale per la costruzione delle prime case, dei primi edifici pubblici del paese: il palazzo del Principe Branciforte, fondatore del paese nel 1628, la chiesa di San Rocco, quella del Purgatorio, il Convento dei Frati Riformati e l’annessa chiesa di San Antonio, la Casa Cancellieri, dimora estiva dei baroni di quello che prima del 1628 era il Casale di Scordia Suttana.

   Edifici, questi, che dominano la valle dal suo costone occidentale.

   Su quello orientale confluiscono, da sud verso nord, le contrade di Pollicino, Calvario Vecchio, Scalilla e Scalazza.

   Pareti (murati) che dal piano campagna cadono a strapiombo sul fondo della valle recano ancora i segni del lavoro che i picconieri (pirriaturi) vi hanno lasciato con i loro picconi, le loro mannaie, i loro cunei. In alto sul precipizio, rari uliveti; quasi relegati ai margini, insieme a mandorli, rovi, agavi, sommacchi e capperi, dalla folta invadenza degli agrumeti. Questi ultimi diffusi anche sul fondovalle, digradanti su geometrici terrazzamenti poggianti su muri a secco (marbaçìe) in cui l’antica sapienza dell’uomo si è fatta arte.

   Chi si addentra oggi in questa zona avverte quasi il contatto fisico del silenzio, che copre anche il lento fluire dei liquami, che scorrendo a cielo aperto sull’antico letto del torrente oltraggiano con i loro nauseabondi odori la variegata e cangiante vegetazione spontanea.

   Di tanto in tanto uno stormo di colombi che si alzano in volo, disturbati dalla insolita estranea presenza, col suo fremito d’ali restituisce all’udito le sue prerogative, dimenticate, quasi annullate dalle preponderanza negativa dell’olfatto e dal frenetico indagare degli occhi, coinvolti ad ogni passo nella scoperta dei colori e delle forme.

   Delimitata a nord dallo strazzuni, la fabbrica di tegole di argilla (ciaramiti) animata dalla chiassosa presenza dei carusi che vi lavoravano, a sud della serie di lavatoi di fortuna frequentati dall’alba al tramonto dalle donne del  paese  e dai  loro  piccoli  che  schiamazzavano  durante  la caccia  ai  ranocchi, tra lo sciabordio dei panni tuffati nell’acqua del torrente e il non raro vociare delle lavandaie, tra i loro canti e le loro liti, la zona delle pirreri risuonava a sua volta delle voci dei carrettieri e dai picconieri, e del suono metallico degli attrezzi di questi ultimi.

   Rumori  diversi accompagnavano le diverse fasi del lavoro, eseguite con l’ausilio di strumenti diversi: la suletta da pulire con la pala, perché vi si potesse lavorare al meglio, secondo il detto che suona “muraturi lurdu, pirriaturi pulitu”; le trinchi che venivano tracciate inizialmente con la bocca del piccone (picuni), quindi completate con quella della mannaia (mannara), in grado di andare molto in profondità; le cugneri scavate con le punte del piccone; il battervi delle mazze sui cunei (cugna), inseriti o meno, in base alla durezza della roccia, nelle chianteddi metalliche; la chianca o il chiancunieddu di piezzi che ne venivano fuori, con colpi dosati in relazione ai suoni percepiti dall’orecchio o alle vibrazioni che ritornavano sul manico dell’attrezzo impugnato dal picconiere, ora forti e dicisi, ora leggeri e delicati, per non compromettere la sagoma e le dimensioni dei blocchi e dei blocchetti; il loro sordo sollevamento con il palu i fierru; i magistrali cuorpi ncarina per quartiari la chianca più velocemente e ricavarne i blocchetti; la loro sguzzatina con il taglio (tàgghiu) della mannaia per sagomarli in parallelepipedi quasi perfetti, cioè tali da garantirne la vendita e conseguentemente la gratificazione economica del lavoro; lo scorrere dei pesanti blocchi sui rrùmmula, cilindri di legno o di pietra su cui slittavano, spinti a braccia, i grossi massi sagomati di tufo; il loro problematico sollevamento sui carretti, a forza di braccia con l’ausilio dei manganieddi; gli incitamenti; gli avvertimenti; i pericoli, qualche volta mortali.

   E intanto si accendevano dispute e competizioni, con il loro corollario di grida, incitamenti, imprecazioni; di esclamazioni divenute proverbiali: “E cchi-ssì, cuomu a-Nninu Vièrciu!?” Antonino Guercio, imbattibile picconiere; come era imbattibile mietitore. Al punto che, secondo antiche superstizioni, si diceva in giro che aveva gli spiriti in corpo, che lo aiutavano; o che aveva la curidda. E lui che tra il serio e il divertito ribatteva che, sì, la cuda l’aveva davvero: grossa, ma davanti.

   Sulla fatica degli uomini, poi, in ogni momento della giornata, incombeva l’ala grigia del potere, il fascismo con la sua propaganda, ottusa e oppressiva, incisa sulla parete, in alto, a pochissima distanza del piano campagna.

   Ma c’era anche chi coltivava la nobile arte della trasgressione, incidendo col piccone sulla parete massime che, pur apparendo a prima vista (nell’alternarsi di stampatello e tondo, di dialetto e lingua nazionale, nell’ortografia artisticamente e originalmente scorretta) improntate a passiva rassegnazione, lasciavano trapelare una visione del mondo nel cui rassegnato pessimismo non era pensato improbabile qualche spunto di ribellione.

   E la ribellione, almeno quella verbale, era la musa di Salvatore Azzara (1882-1957), picconiere e poeta estemporaneo noto come u zzu Turi u viddanu.

   La seguente scritta, che leggiamo sulla parete della sua cava, già si segnala per la sua diversità rispetto alle altre che si leggono nella zona:

          1938 CAVO di Azara

          Mastro Inproglione

          ViLLano malaziusu

          RiCQU sensA FACCE

          Prete senZA CARetA’

   Ma di Salvatore Azzara si ricordano soprattutto le maschere e le situazioni a cui dava vita durante la festa di carnevale e le salaci composizioni che improvvisava nell’occasione.

(da: Nuccio Gambera, Dialetto e cultura materiale a Scordia. I picconieri della Cava,  in NELLA CITTA’ nn. 21 e 22 (1992))

 

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